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QUEL QUALCOSA CHE NON SI IMBOTTIGLIA

E va che ti ritrovi un sabato mattina di inizio febbraio in un parcheggio insieme ad un gruppo di una trentina di persone: volti conosciuti per lo più, ma anche qualche faccia nuova. Fa freschino ed i sorrisi sono un po’ appannati vista l’alzataccia anche nel fine settimana. Ci sono tutti e si va: un gruppetto di auto che sfiorano le mura medievali di Soave e cominciano a salire la ripida stradina che conduce a Castelcerino.

Il parcheggio sterrato, il cambio scarpe – si prevede un saltino tra i vigneti – due passi e si è di fronte alla cascina settecentesca ben ristrutturata che con il suo aspetto e i colori caldi suscita già un senso di ospitalità. Il sole si fa strada nella foschia del mattino e Chiara, Elizabeth ed Alberto Coffele ci accolgono sull’ampio prato che si affaccia sui ripidi pendii vulcanici del cru di Castelcerino, ammantati di vigneti che, pur spogli al momento, lasciano immaginare la bellezza primaverile di questo luogo speciale. Qualche battuta per stemperare, in tutti i sensi, il clima e Alberto inizia ad illustrare le caratteristiche del territorio: ma l’obiettivo della visita è il fruttaio… Alberto lo sa – e forse solo per questo abbiamo la fortuna di aver con noi l’enologo che produce uno dei migliori Recioto di Soave della denominazione, solitamente schivo e più legato ai suoi vigneti che al pubblico, per sua stessa ammissione. Sceso il bel sentierino lastricato che conduce alla Sala sulle Sponde (i terrazzamenti che caratterizzano il declivio verso Soave e che danno il nome al prestigioso vino dell’azienda) si accede ad un ambiente che, per chi ama il vino, ha qualcosa di magico e surreale: una stesa di grappoli con tonalità di colore che variano dal verde, al dorato, al bruno letteralmente aggrappate a reti appese a pertiche assicurate alle travi di legno della copertura. Si parla dell’uva, delle reti… un brivido di freddo, la brezza che “spazza” la stanza dalla porta d’ingresso, agli abbaini sul tetto, ai finestroni che si aprono sul panorama mozzafiato e la faccenda del corretto appassimento la capisci subito… ti guardi intorno e vedi occhi interessati che seguono la spiegazione, braccia che si allungano nel tentativo di catturare una foto singolare di qualcosa che già di per sé è unico, espressioni affascinate di qualcuno che già fantastica sul trasferirsi a vivere qui…ma, Alberto non aveva detto di non essere molto abituato a parlare con le persone? Eccolo invece addentrarsi in nozioni molto più tecniche sul ph dei mosti, sulla concentrazione zuccherina, sulla riduzione di peso dell’80% (!) dell’uva, sulle problematiche di armonizzazione tra disciplinari su carta e vita reale in vigneto e cantina. Un grappolino ormai pronto alla pigiatura passa di mano in mano, si può assaggiare un dolcissimo acino di questa garganega, apprezzare l’azione della muffa nobile, ma anche il caratteristico odore acetico di quegli acini che non hanno ben sopportato l’attacco botritico: a portata di mano tutto quello che, letto sui libri, sembrava quasi incomprensibile. E si passa all’esterno, il sole scalda le mani intirizzite e il tema diventa l’ambiente, il suo rispetto e la sua tutela per rimediare a errori passati, valorizzarlo al massimo oggi e preservarlo per il futuro. Una capretta trova simpatica la compagnia, il gallo avvalla le affermazioni di Alberto con il suo canto (“si sveglia un po’ tardi ‘sto gallo” e “attenti a non pestare i pulcini”): è il senso del progetto di agricoltura sociale Cascina Albaterra, per la tutela della biodiversità, e c’è anche il tempo di scoprire l’importanza della lombricoltura e della produzione autonoma di humus quale nutrimento per il terreno. É tempo però, per l’enologo, di tornare alle sue attività, lasciandoci in compagnia di Elizabeth che, come sorpresa per la delegazione, stappa à la volée tre bottiglie di garganega metodo classico 2011… un esperimento: non sarà mai in commercio… e allora grazie mille per questo ottimo preludio. In macchina nuovamente si raggiunge il centro di Soave dove si trova l’affascinante wine shop, ex cappella secentesca di famiglia, il terrazzino riservato all’accoglienza nella buona stagione, i capperi e poi all’interno, nel caldo e ospitale ambiente voltato: c’è posto per tutti, la degustazione oggi si farà comodamente seduti. Chiara ci descrive la storia dell’azienda: e lo senti, qui si tratta di famiglia, non solo di commercio; c’è passione e amore nelle sue parole, condite da un po’ di buona autoironia. Ci presenta il papà, prof. Giuseppe Coffele, colui al quale si deve, grazie ad una piena -e forse un po’ incosciente- dedizione a quei 25 ettari di vigneto portati in dote dalla moglie Giovanna Visco, l’origine di quanto oggi viene portato all’eccellenza da tutto il gruppo familiare. E il professore intrattiene gli astanti, con piglio acuto, a volte scherzoso a volte tagliente: venti minuti scorrono rapidi, conditi da considerazioni ad ampio raggio sul Soave, sul vino in Veneto, in Italia, su bellezze e storture di un mondo enoico pieno di contraddizioni, ma che grazie a realtà come questa è sempre profondamente affascinante. E poi arriva il vino… si succedono il Brut 2017, il Castelcerino e il perfetto Ca’ Visco da garganega e trebbiano di Soave, l’annata 2016 dell’importante Alzari con il suo 40% di garganega appassita, il sorprendente taglio bordolese Nuj -e chi l’avrebbe sospettato, venendo dai Colli Euganei, l’esistenza di un tale rosso dalle colline del Soave? – e infine, anticipato da un piccolo assaggio di un recioto (anche se non si può dire) completamente svolto di 17% vol.,  l’ammaliante e straordinario Recioto di Soave DOCG “Le Sponde”, il frutto di un intenso lavoro compreso a fondo in tenuta… e niente… lo porti alla bocca e capisci tante cose, compreso il motivo per cui sia tanto amato da Alberto Coffele.

E dopo i saluti ed i ringraziamenti per il regalo di una mattinata piena, intensa e gustosa, esci in via Roma con un paio di bottiglie acquistate e mezzo sorriso stampato in faccia… incroci lo sguardo con una passante e, sicuro, penserà che tu abbia esagerato con gli assaggi… che un po’ vero lo è, ma non del tutto. Perché da Coffele ti porti a casa un di più, un qualcosa che non si imbottiglia: una famiglia che ti ha trasmesso passione, attaccamento, sensazioni e sentimenti. Un bagaglio evocativo che riemergerà quando stapperai la loro bottiglia a casa, insieme alla consapevolezza di sorseggiare un vino tecnicamente ottimo.

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Alberto Cusin (Gruppo Eventi Fisar Padova)

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